Sul monte Tabor

Ci si avvicina al monte Tabor. Nella salita si giunge a un villaggio famoso perché, benché arabi, sono simpatizzanti di Israele. Scelgono persino il militare volontario in Tsahal. I bambini scendono in strada a salutare il pullman. La targa è israeliana, gialla, diversa da quella palestinese, verde. Lui prova a rispondere al saluto, ma uno dei bambini gli fa le boccacce.

Finalmente si giunge nel parcheggio dei pullman. Qui c’è un chiosco, che vende un ottimo succo di pompelmo o di melograno. Maggio non è stagione di melograno. Ma in compenso i pompelmi sono giganteschi, tra il rosa e il giallo, e il sapore è squisito. Il proprietario ha avuto tredici figli e alcuni servono nel locale. Vi sono anche degli ottimi datteri. Questo nell’attesa dei taxi per andare in cima al Tabor.

Dopo un po’ di coda arrivano. Lui, Alessandro, Ilare con suo padre salgono su un van. L’autista è un arabo colla kefiah che guida velocissimo, colla radio ad alto volume e il finestrino aperto. I tornanti sono stretti e la scarpata ripida. Ilare comincia ad avere paura. Ma non è che gli altri siano più tranquilli. Dopo una corsa, si arriva e si nota un segnale: divieto di entrare armati. Si è in cima al Tabor. I ventidue si riuniscono.

Un altro estratto, dopo l’incipit, del mio romanzo.

La sua pubblicazione è prossima, sto rileggendo la prova di stampa.

La presentazione è fissata a La fabbrica di Carta, la tradizionale fiera del libro di Villadossola, domenica 29 aprile alle 18:30.

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