L’Arte è l’ultimo baluardo?

primo piano macel: bruna e bel viso aperto

Christine Macel – Foto Jacopo Salvi – Courtesy La Biennale di Venezia

La curatrice, Christine Macel, ha scommesso su una proposta umanistica, da cui il titolo della Biennale Arte 2017: Viva arte viva.

Lei scrive infatti nella prefazione del catalogo: “L’arte è l’ultimo baluardo”. Su questo molti avranno dei dubbi e diranno: anche ammesso che sia l’ultimo baluardo, questo è caduto. Chi si interessa di arte è un’élite. Per chi, come me, si è occupato di poesia, si è accorto di rivolgersi ad un pubblico molto ristretto.

La frase “l’arte, cioè merce”, appartenente specialmente all’ideologia di sinistra, suscita l’ilarità degli artisti, che rispondono che con l’arte non si guadagna e quindi non può essere merce. Rarissimo chi c’è riuscito: per un Picasso acclamato e osannato, quanti Van Gogh, che vendette un solo quadro in vita sua, quanti Modigliani, suicida? Sento nelle orecchie i versi del Petrarca:

Povera e nuda vai filosofia
dice la turba al vil guadagno intesa

che si applicano benissimo all’arte per chi, all’opposto, crede nel capitalismo.

Eppure non c’è artista che non speri, o s’illuda, di vendere.

Per me che scrivo, vale la propaganda delle case editrici, che proclamano: “Il nostro autore ha venduto centomila copie!”? Dobbiamo ammetterlo: no.

Quindi? Dobbiamo dire che la Maciel abbia sbagliato, nella proposta di mettere l’arte al centro, nel centro? Per me no. Sono d’accordo con lei: l’arte è l’ultimo baluardo, nel 2017. Ma, per vedere se siete d’accordo anche voi, analizzeremo la proposta della Maciel in nove capitoli, oltre alle proposte delle singole nazioni:

1) Il padiglione degli artisti e dei libri

2) Il padiglione delle gioie e delle paure

3) Il padiglione dello spazio comune

4) Il padiglione delle Terra

5) Il padiglione delle tradizioni

6) Il padiglione degli sciamani

7) Il padiglione dionisiaco

8) Il padiglione dei colori

9) Il padiglione del tempo e dell’infinito.

Iniziamo con le proposte nazionali, per la semplice ragione che chi arriva ai Giardini si trova di fronte a padiglioni di singole nazioni, tranne che per il padiglione centrale; ma anche perché il problema è primario. Siamo condizionati dalla nostra nazione. È un assurdo, ma aveva ragione Romain Rolland a piangere, durante la prima guerra mondiale, alla fine della libera res publica litterarum: la libera repubblica delle lettere si era infranta. L’artista era diventato, al massimo, una bandiera da agitare contro l’altro, chiamato nemico.

Prendiamo un esempio: come si autodefinisce il padiglione della repubblica popolare cinese, nel catalogo della mostra:

L’arte cinese non è mai la produzione isolata di un unico artista mortale, ma una creazione collettiva che abbraccia migliaia di anni.

Il problema è il “noi”, che si ferma alla frontiera, anche ammesso di credere a una creazione collettiva. “Noi” è un pronome pericoloso: lo dimostrò Zamjatin, intitolando così il suo romanzo antiutopistico, precedente il 1984 di Orwell. Lo dice ance la lingua: “noi” non è il plurale di “io”; sono due radici diverse. L’artista si deve fermare alla frontiera? Anche perché, pur nascendo in un Paese libero e non dovendo dire quello che gli impone il sistema, che vita gli fa fare, o gli ha fatto fare, la sua nazione? Aveva ragione Baudelaire, quando notava che la nazioni non hanno grandi uomini tranne che malgrado loro stesse. Si studia sui libri di scuola come un vanto nazionale chi in vita si è perseguitato.

Analizzeremo quindi, dal prossimo post, prima le proposte dei nove capitoli, con le proposte di artisti individuali.

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