La terra con Dio

Il Medio Oriente sembra il contrasto. Tra deserto e terra coltivata, tra possibilità e negazione. Tra tutto e niente. La scintillante struttura del Ben Gurion si erge tra cerchi vetrate e discese. L’aeroporto di Israele, un paese in guerra. Non si direbbe, dicono molti. Passano spesso in pellegrinaggio senza sentire le notizie, immersi nell’emozione dei luoghi. Si affollano all’aeroporto assetati, di una sete che è leggera, insinuante e insistente. Necessaria. Chiamarla Dio non è troppo, forse. Sono comunque lì, in attesa. La prima di una lunga serie di file. A qualcuno non sfugge la metafora, mentre sono in piedi nel bilico. E sentono la loro vita come una coda, in attesa dell’incontro finale. Gli altri passeggeri, attorno, esistono semplicemente e osservano chi ha una sola meta. Ora veramente l’io si specchia nelle vetrate dell’aeroporto alla ricerca di un volto, appannato, come sempre, nel vetro: non lo si può riconoscere eppure si sa che esiste. Ma l’attesa ha una conclusione, inevitabilmente. Davanti al passaporto un volto, una ragazza dai tratti delicati che cerca di essere severa. È un soldato. Esamina più volte il volto della persona e il documento. I suoi occhi sono brace ardente, alla ricerca disperata di indovinare chi sia davanti. L’Uomo in attesa storna il pensiero che gli sembrava reale e cerca di convincersi che la guardia vuole solo, almeno per un momento, oh un solo momento, guardare degli occhi, stanca di tanto lavoro. Sente che la sua vanità vorrebbe giustificare un momento di umanità in un posto dove solo l’acciaio e il cemento regnano, e vorrebbero trasformare in se stessi gli addetti, in una metamorfosi collettiva. La sicurezza genera il terrore. Si può solo stare calmi il più possibile. Quanto è stupida la vanità. All’uomo in un momento di ricordo sarebbe parsa così, stupida, perché quell’illusione era comunque un varco per un terrorista. Poi, spossato, l’Uomo si sarebbe detto che non si può più sapere dove sia la realtà e che non ne avrebbe nemmeno potuto parlare coi compagni di viaggio, perché è stupido voler sapere cosa pensa un altro, anche se lo si fa quando si è a sua disposizione. E i ricordi somigliano alle nuvole, leggeri e quasi inconsistenti, possono tuttavia generare tempeste. Chi è immune da errori? Questi restano nella mente e a volte il peso è intollerabile.

È l’inizio del mio nuovo romanzo, del mio primo romanzo.

Un viaggio in Israele, da turista – pellegrino, forse più quest’ultimo.

Le considerazioni, le reminiscenze, i confronti con gli altri, compagni di viaggio o persone incontrate. Soprattutto l’immersione nei luoghi che in ogni istante ricordano la vita terrena di Gesù.

Non un libro religioso, lo definirei meglio un saggio filosofico e introspettivo, alla ricerca di qualcosa, di un’identità o di una conferma.

La sua pubblicazione è prossima, la presentazione avverrà a La fabbrica di Carta, la tradizionale fiera del libro di Villadossola di fine aprile inizio maggio.

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