Biennale di Venezia 2017 – Il padiglione dionisiaco

Il padiglione dionisiaco riguarda la sessualità. Dimensione importante nella nostra vita se, come diceva Marcel Duchamp, “éros, c’est la vie”, l’eros è la vita; infatti da esso viene generata.

Tuttavia la sua sopravvalutazione può diventare pericolosa. Insomma, tra la fame e la sazietà ci sarà una via di mezzo. Si può quindi far rientrare questa sfera pur così importante anche nel quotidiano. Altrimenti destabilizza, in un senso o nell’altro; almeno nella nostra società che, a differenza di altre civiltà, appare trasgressiva in alcune cose e restrittiva in altre e, come notava acutamente Machiavelli, occorre adattarsi ai propri tempi, pena la rovina.

Com’è l’attuale visione artistica in un tema così incandescente per definizione? La curatrice, Christine Macel, ha chiesto la risposta prevalentemente ad artiste donne. Il perché è da ricercarsi nel valore dato nella nostra società (ancora e sempre lei) al corpo femminile. Oggetto di sessualità per antonomasia, tanto da essere censurato dalle società sessuofobe: si noti come solo le donne debbano portare lo chador, per esempio. Era così anche nella nostra società: personalmente ho frequentato il liceo classico in un collegio di religiosi; ebbene, erano le compagne di classe che dovevano indossare un grembiule nero che nascondeva loro tutto il corpo. Un’alternativa poteva essere la società matriarcale, da cui forse la proposta della Biennale, prevalentemente femminile.

Vediamo le artiste/artisti:

vestiti disegnatiHuguette Caland, libanese, vive a Los Angeles. Untitled, china su carta, 1993. Volontà di esprimere, anche attraverso un’arte pop, la voluttà e l’allegria legate al sesso. Messaggio liberatorio, e quindi anche femminista.

polistirolo con vestitiHeidi Bucher, vive in Svizzera dov’è nata. Blaue Schűrze, 1975. Tessuto, latex, gouache e pigmenti masdreperlati su poliuretano espanso. Il tessuto, con cui si veste il corpo, viene trattato come elemento dell’opera d’arte. I tessuti vengono scelti dall’artista tra quelli dell’abbigliamento femminile. Ciò che nasconde, quindi, tanto che delle persone ricordiamo il solo volto. Anche possibile oggetto di feticismo, che non è però il caso dell’artista, che vuole piuttosto significare il trasferire in arte ciò che nel quotidiano vela e rivela. Un’attenzione.

Kader Attia, franco-algerino che lavora e vive a Berlino. Copertina di LP, 1976. Maschio, d’accordo, ma analizza la questione transgender. Presenta musica e video, in cui si realizza la ricerca di una femminilità imprigionata in una nascita maschile. Musica e immagine; ambedue un po’ celate, piuttosto suggerite, come nella cultura di provenienza dell’artista.

Eileen Quinlan, Super Moon, 2014, stampa. Vive a New York. E’ evidente la claustrofobia dei suoi nudi, schiacciati contro dei vetri. E’ certo sensualità, ma che denuncia una repressione, comunque un soffocamento. Gli impulsi primordiali e tellurici emergono inevitabilmente, ma cozzano contro le barriere esterne.

Maha Mallud, vive in Arabia Saudita. Food for thought, 2400 audiocassette in trenta vassoi per il pane: 2017. Posizione quanto mai problematica, quella della donna in Arabia Saudita, tanto che l’artista propone audiocassette (nelle quali viene suggerito alle donne come comportarsi), in vassoi per il pane, quindi in oggetti di uso quotidiano, e di un uso fin troppo femminile. I colori delle cassette compongono alcune parole arabe. Come a voler significare ad oltranza.

performanceMariechien Danz, irlandese, vive a Berlino. Of Scraem of Stone (Womb Tomb), 2016. performance. Corpi che, a seconda dell’ambiente, o per essere toccati, cambiano, di colore. E’ questo il senso di Dioniso, la divinità che dà nome al padiglione?

volto umano deformatoJeremy Shaw. Canadese, vive a Berlino. Liminals, 2017, video. Fusione di corpo e macchina, divenire di nuove possibilità inquietanti.

Jelili Atiku, nigeriiano. Performance. Esaltazione del corpo femminile, attraverso decine di donne, con attenzione alla tradizione yoruba. Fili e acqua, l’Africa ci interroga sul nostro corpo perduto, attraverso la riscoperta di una sessualità dirompente, ma anche affascinante.

grotta nella manoPauline Curnier Jardin, di Marsiglia, vive in Olanda. istallazione, 2017. Non si sa se la sua sia una grotta o una vagina, in cui si aggira una vergine per antonomasia, Bernadette, alla ricerca, forse, dell’eterno femminino. La nostra artista analizza il senso lacerante dei due estremi, la castità e la sessualità, posti a confronto.

Zilia Sánchez, cubana, vive a Portorico. Las Amazonas, acrilico su tela tesa. 1968. Seni che emergono dalla tela, ad indicare, anche se con delicate tinte rosa, l’assoluta attrazione femminile verso un mondo nostalgico di donne guerriere, che il patriarcato vorrebbe solo mitologiche. Quindi anche rivendicazioni femministe.

Nevin Aladağ, nata in Turchia, vive in Germania. Traces, video. Il corpo inteso come danza, che esprime la propria forza e potere. Anche nel bilico di due mondi, come la linea a Berlino tra i due blocchi.

 

La conclusione è che la sessualità rimanda comunque a un mondo personale, almeno quando possibile.

Il poeta latino Giovenale sottolineava come il sesso sfrenato è roba da ricchi. E noi, del popolo? A subire la repressione per dominarci meglio? Personalmente mi son sentito criticare spesso alcuni miei versi, giudicati troppo “forti”. Non ne usciremo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *