Biennale di Venezia 2017 – Il padiglione dello spazio comune

Il padiglione dello spazio comune pone un problema ineludibile per un artista: come uscire dall’io per incontrare l’altro. Se il mio messaggio, com’è logico, è indirizzato a un tu, deve riuscire a spiegarsi, a trovare dei contatti, ad avere, insomma, un pubblico. È spesso impresa quasi disperata. La sola via per l’artista di farsi conoscere come tale è avere un critico che lo riconosca come artista. Ma chi riconosce il critico, al di fuori di una stretta cerchia di iniziati? Ci fu, nel secolo scorso, anche una risposta politica, di cui però non si tardò a vedere i limiti su cui era basata: cioè di essere, appunto, arte di regime. Ma vediamo le proposte degli artisti stessi:

Juan Downey, cileno di nascita, morì a New York nel 1993, tuttavia la sua analisi non risulta datata: ha portato un video, The circle of Fires, del 1979, in cui riprende la vita degli yanomani dell’Amazzonia, consentendo però loro anche di riprenderlo. L’osservatore, l’io, è quindi anche l’osservato, il tu, in un dialogo continuo in cui ci si scambia l’esistenza. Di qui, la sua attualità.

Rasheed Araeen, ingegnere pakistano che vive in Gran Bretagna, ha portato Zero to Infinity in Lima, del 2013, cento cubi strutturali, 50cm per 50cm, colorati. Un ingegnere cosa può dirci in proposito, se non riproporre l’irrisolto problema della struttura? Questa ci domina e, anche se nell’opera di Araeen appare giocosa, incombe. Torniamo al valore elementare, il cubo: come gli artisti del Rinascimento. Improponibile un nuovo Quattrocento? Intanto, ringraziamo l’ingegnere per avere almeno colorato la struttura.

tessituraMaria Lai, sarda. Di lei un Lenzuolo. Attività primaria femminile, tessere, direbbero alcuni. Solo che qui si risale ad echi antichi quanto i nuraghi, in una civiltà popolata da donne prima che da uomini. La proposta matriarcale, che trovo utile non solo per l’incontro; ma anche per l’equilibrio.

Lee Mingwei, di Taiwan, vive tra Parigi e New York. Ha portato The mending project, installazione interattiva con tecnica mista. Praticamente, il visitatore è invitato a tessere con l’artista, con dei fili che raggiungono anche l’alto muro dell’Arsenale. La tematica del dono reciproco si trasforma in un’interazione. Non è forse questo lo scopo di noi artisti?

Anna Halprin, dell’Illinois, vive in California. Planetary dance, del 2003. In questa performance i partecipanti si sono presi per mano e, dopo aver espresso un desiderio di pace, si sono messi a correre al ritmo di un tamburo. Il video è visibile sul sito della Biennale. Per comprendere meglio, si deve ricordare che la performance fu fatta ripetere come in rito da uno sciamano, per purificare e quindi anche riappropriarsi della montagna Tamalpais, dove furono uccise sette donne da un assassino, poi catturato. L’artista in questo caso diventa il tramite tra l’umanità e la potenza divina, per avere indietro ciò che il male ci ha tolto.

Yorgos Sapountzis, nato ad Atene, vive a Berlino. Die Landschaften Griechenlands, del 2014. Video. Immancabile il riferimento al mito, sin dal titolo. I paesaggi della Grecia, paese che è impossibile vedere nella sua apparenza senza ricorrere ai miti immortali che ha costruito. Quindi anche la banalità si carica di potenza, in un ossimoro reso possibile però dalla spaventosa crisi economica; infine, questo ossimoro è il nostro mondo moderno: siamo capaci, noi uomini, quindi miti incarnati, di vivere nella materia e nella banalità? Una risposta non può essere che sì, anche se il prezzo è terribile, cioè di pagare il prezzo della follia almeno una volta nella vita; intendendo la malattia, se superata, come rinascita in un reale finalmente domato e dominato, non senza il ricordo fatale della fragilità.

David Medalla, di Manila, vive a Londra: A Stitch in Time. Le persone presenti sono invitate a tessere assieme. Il progetto nasce da un fatto singolare: l’artista incontrò all’aeroporto di Amsterdam una persona che aveva uno dei due fazzoletti che l’artista aveva donato a due ex-amanti perché vi ricamassero i loro pensieri. La domanda è inevitabile: gli incontri sono casuali? Regolati solo dalla fortuna? O vi è qualcosa d’altro, una tela, appunto, che tessiamo assieme?

persone colorate con pallonciniAntoni Miralda, Juan Rabascal, Dorothée Selz, Jaume Xifra, artisti attivi tra Spagna e Francia, Rituel en quatre couleurs, una performance: trecento invitati, con abiti e maschere colorati, ci si avvia dopo un lancio di palloncini e si finisce con un buffet. Caratteristiche della cultura pop, con però un notevole spessore: il “riciclo poetico del reale” ( Pierre Restany) è possibile? Ceremonials, le loro serie di manifestazioni, toccano il tema nel profondo: si concludono tutte con un pasto e toccano problemi capitali, come in Mémorial, tenuta il 2 novembre 1969, in cui si è svolta una lunga manifestazione in onore di tutti i defunti? Troppo elaborata da descrivere in poche righe, tuttavia indica bene la volontà del gruppo di affrontare persino il tema chiave della morte.

Marcos Ávila Forero, nato a Parigi, vive in Colombia. Atrato, la sua opera, del 2014, video: un gruppo di afro-colombiani suona le acque del fiume Atrato come dei tamburi. Esigenza di riappropriarsi della propria identità anche con mezzi inusuali. Il tamburo è lo strumento musicale più impostante della cultura africana e queste persone lo sostituiscono con uno degli elementi primordiali, l’acqua.

sfere colorate in tramezziMartin Cordiano, nato a Buenos Aires, vive a Londra. Common Places: sfere colorate di gesso limitate da battiscopa. Cos’hanno questi posti comuni, se la sfera è indice di monadismo, di individualità cioè chiusa in se stessa e incomunicabile? E il battiscopa, non è il quotidiano, che ci limita? Ma, anche se monadi, siamo tuttavia colorati? Ma le sfere possono toccarsi, essere cioè tangenti almeno in un punto, e scontrarsi, come nel gioco delle bocce.

Franz Erhardt Walther, nacque vive e lavora a Fulda (Germania). Die Erinnenerung untersockelt(Drei zitate). 1983. L’esposizione è sia muraria che per terra, prestandosi ad essere calpestata. Quindi, come conclusione, l’arte come opera da museo, appesa al muro, e come uso spesso deleterio, esposta anche al disprezzo, calpestata appunto; ma che mantiene la sua dignità, come in un mosaico romano, bellissimo seppur ideato come pavimento.

Questi artisti hanno voluto tentare un dialogo; e se, in fondo, fosse questa l’essenza dell’arte?

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