Biennale di Venezia 2017 – Il padiglione delle tradizioni

Il Padiglione delle tradizioni ci pone davanti ad un ineludibile problema. Diventato tale, almeno, dopo il fallimento totale dell’”uomo nuovo”, imposto dai totalitarismi e dai loro simpatizzanti. Ora, finalmente, possiamo guardare indietro. E la fede nel progresso? Iniziò, come tutti sanno, coll’Illuminismo; ma già gli spiriti più avvertiti si accorsero della realtà, come Leopardi ne “La ginestra”, che dipinse, nella distruzione operata dal vulcano, Le magnifiche sorti e progressive. Ora, guardando indietro, possiamo pensare e scegliere il meglio, anche se non tutta la smania di distruzione si è placata. Per chi ha fede nel progresso, si rimprovera ad esempio il fanatismo dell’ISIS, anche se, guarda caso, gli appartenenti all’ISIS distruggono con l’esplosivo le vestigia del passato, confermando la fede in un “uomo nuovo” tipica del totalitarismo. Ma che ne pensano gli artisti?

Michele Ciacciofera, di Nuoro, vive a Parigi, porta Lost in the nest. Del 2016: l’arcaica domus sarda diviene simbolo del recupero delle leggende dell’isola: l’origine delle janas: Sardus pater, un antico dio che colpì un’ape con una scintilla trasformandola in fata. Fate che, tessendo, avrebbero preparato messaggi per le donne che sarebbero arrivate dopo di loro; comunque le prime abitatrici dell’isola.

segni neri su cartaAchraf Touloub, di Casablanca (Marocco), vive a Parigi: Untitled, China su carta, 2016. Ovvero come vedere la tradizione in un organismo vivente. Infatti, definisce le sue opere “pelli”.

Cynthia Gutiérrez, vive a Guadalajara (Messico): Cantico del descenso, I-XI, 2014. Pietra, tessuto, legno. Quasi monumenti tessili precolombiani, su basamenti. Recupero della memoria, tentativo di meticciato, non senza tragicità.

figure che formano lettereGuan Xiao: vive a Pechino: David, video del 2013. Laureata in regia, propone di analizzare la visione che abbiamo di un’opera emblematica, nella storia dell’arte: il David di Michelangelo. Dall’opera in sé, alle foto dei turisti, alle riproduzioni su merchandising. Siamo diventati così materialisti da aver perso la memoria? Pare conti solo la cosa e non la sua arte, suggerisce l’artista.

Francis Upritchard, della Nuova Zelanda, vive a Londra. Purple and Yellow Diamond, 2016. Armatura di acciaio e stagnola, vernice, materiale da modellare, tessuto, capelli. Personaggi senza sguardo, le sue sculture, quindi senza spirito. Come estraniati. Come specchi di dimenticanza.

Irina Korina, vive a Mosca. Analizza lo sguardo sperduto della Russia postsovietica, tra obbrobri architettonici e pericolose nostalgie.

Hao Liang, lavora a Pechino. Eight views on Xiaoxiang – Mind Travel, China su seta, 2016. Già dalla tecnica si vede l’ispirazione dalla tradizione cinese. Genere di paesaggio con acque e monti, con influenze letterarie, quello che i Cinesi chiamano shanshui.

tessuti dipintiTeresa Lanceta, vive tra Barcellona e Alicante: Rosas blancas II, 2012-2013. Tessuto cucito e dipinto. L’artista è del 1951, quindi ha cominciato a tessere sotto il Franchismo. Il recupero di questa tecnica scaraventa l’opera nella piena attualità.

Leonor Antunes, nata a Lisbona, vive a Berlino. I Stand Like a Mirror Before You. 2016, installazione. Attualità di Venezia (utilizza anche vetro di Murano), in cui la tradizione diventa confronto.

Anri Sala, di Tirana (Albania), vive a Berlino. All of a Tremble (Seawall), 2016, un carillon, appeso al muro, che riempie l’aria di musica, trasformando l’ambiente architettonico, tra il nostalgico e l’ incredibilmente armonico.

travi legnoGabriel Orozco, messicano, vive a Tokyo. Visible labor, 2015. Il legno, un dialogo tradizionale con la natura, specialmente in Giappone, e sulle travi statuette di Buddha e macchinine.

Sopheap Pich, vive in Cambogia. Pulse No.3, 2017. Ossido di ferro rosso, gomma arabica su carta di acquerello. Inevitabile la mostruosa esperienza di vita sotto Pol Pot e i Khmer Rossi, l’artista tuttavia rivela una visione lirica: come convivere con l’incubo del ricordo, recuperando il presente con l’arte.

Yee Sokiung, vive a Seul (Corea): Translated vases Nine Dragons in Wonderland, 2017. Frammenti di ceramica, resina epodossica, foglia d’oro. L’artista recupera frammenti di casi scartato per l’esigenza di perfezione degli artigiani coreani, e infonde loro nuovo valore. E’ presente sul sito della Biennale il video della performance di apertura, un’antica danza coreana.

In conclusione, il padiglione della tradizioni ci ha mostrato che il passato (la tradizione) può avere un influsso positivo sul presente, tanto da poter dare finalmente una sensazione piacevole di serenità ritrovata.

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