Biennale di Venezia 2017 – Il padiglione delle gioie e dei dolori

Quando l’artista esce dalla sua biblioteca, luogo privilegiato della sua gioia, come abbiamo visto precedentemente, incontra inevitabilmente il dolore. Può anche incontrare le gioie di altri e magari condividerle, ma il problema del male resta e a volte può divorare l’esistenza. Prima gioia, come anche prima poesia, è l’amore, di cui come diceva Manzoni “sono piene le strade”. E fortunatamente, direi. Ma che ne pensano gli artisti presenti alla Biennale?

cartoline mare migranti

Hajra Waheed, saudita, ha portato delle cartoline inserite in diapositive in A short film1-321, che come i dipinti iperrealisti di Our Naufrage 1- 10, affrontano il tema dei migranti annegati. Essendo una serie, come si evince dal titolo, il risultato è quello di un romanzo in immagini; ma, credo, con tutta la potenza della tragedia greca.

Marwan, siriano in Germania, laureato in letteratura araba a Damasco, ha esposto dei dipinti di volti distorti. Il volto: secondo Levinas l’emblema dell’Altro ed infatti è ciò che dell’altro si rivela, ciò che conosciamo per l’immediato. Così, come in Marwan, presentare volti tumefatti è esporre il dolore allo stato puro.

A questo punto, il lettore si chiederà che ne pensi io del problema dei migranti. Posso solo improvvisare dei versi:

Quando ti bombardano persino gli ospedali
quando ti gassano i figli e la tortura è normale
che puoi fare, se anche gli animali scappano?

Dopo questa parentesi personale, ritorno agli altri artisti

Tibor Hajas, ungherese, poeta, che analizzò tanto profondamente il dolore, da morire in incidente d’auto; anche metaforicamente, riassume bene il senso di pericolo che comunque sentiamo, oggi.

S. D. Morales, argentino che vive in Olanda, espone un corpo sospeso su sfondo rosso. La nostra attuale caduta, mentre ne siamo completamente indifferenti. E c’è pericolo.

disegni a parete

Kiki Smith, tedesca che vive e lavora negli USA: Girl with wood: due donne incinte uguali, una seduta su legna e l’altra in piedi (inchiostro e glitter su carta nepalese). Il problema del femminino riproposto come interazione con la natura: quanto, però, una donna può essere diversa da un’altra, anche quando genera una vita? Per me moltissimo, ma la mia è una proposta umanistica e, comunque, non posso non accogliere la proposta della Smith, anche ironica, con un sorriso.

Senga Nengudi: afroamericana di Chicago, vive a Colorado Springs (USA): reti di nylon riempite di sabbia. Siamo solo sabbia, quindi materia, mentre riempiamo la biancheria intima? I seni, le vagine, le natiche, i peni e i testicoli, sono solo terra, materia, o qualcosa di importante per noi? Non abitano i nostri sogni e i nostri desideri?

Sung Hwan Kim, coreano del sud che vive e lavora a New York, propone un disegno: Love before bond. Il titolo è dovuto a un gossip: si diceva che a Seul ci fossero dei black-out per permettere al presidente di raggiungere indisturbato la sua amante. Vero o falso? Importa alla gente? Forse la differenza tra giorno e notte è data solo ai poeti.

donna che si regge con due ombrelli

Firenze Lai, di Hong Kong. Un olio su tela in cui una donna con proporzioni alterate si sorregge con due ombrelli. Siamo così? Non andiamo da nessuna parte? Il cielo è nero, come nel quadro?

Andy Hope, di Monaco di Baviera, vive a Berlino. Un video, in cui il pop impera. Cosa ci rimane? Una maschera, come il personaggio nel video?

Rachel Rose, di New York, propone un video di 8 minuti: un animale, un po’ coniglio, un po’ cane e con coda di volpe lascia la casa e va nel prato vicino, dove trova solo delle figure oniriche. Io mi sono identificato nell’animaletto e concludo questa scelta di artisti con l’idillio sognato.

Non senza però aver almeno menzionato Franck Leibovici, che vive a Parigi e ha presentato il tema a questo punto interessante, cioè: come vedere un’opera d’arte? E’ possibile farlo anche con leggerezza, senza essere troppo pesanti?

Le gioie e i dolori può sembrare un tema inattuale. Troppo idealistico e umanistico. Ricordate i Punk? La loro filosofia era che “il futuro non c’è più” e, coerentemente, “cantavano” senza accordare le chitarre. Il problema è che sentito ciò una volta, basta. C’è bisogno del nuovo. Del futuro. Con le sue gioie e i suoi dolori.

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