Biennale di Venezia 2017 – Il padiglione dei colori

Il padiglione dei colori è una specie di riassunto, di trampolino di lancio in vista della conclusione: il tempo e l’infinito. Infatti, sono i colori a darci la distinzione tra le cose, a rivelarci le intime sfumature, a rallegrare la vista. Se, in un quadro, cioé in un ambiente a due dimensioni, tutto il messaggio è riservato a dei colori, se ne vede la ricchezza di segni e significati. Le neuroscienze ci dicono che il colore è soggettivo, confermando quindi l’impegno dell’io. E che altro sono gli argomenti che abbiamo affrontato tramite gli artisti analizzati, se non colori dell’esistenza, pur così importanti e vitali? Ma passiamo agli artisti.

sfumature verticali sul beige Riccardo Guarneri, vive a Firenze, espone Luce lontana nel tempo, 2016, tecnica mista su tela. Già dal titolo si deduce la declinazione artistica e la poetica: la luce, sunto di tutto i colori, che li genera e da cui ne è composta. E’ la premessa necessaria per la nostra ricerca, quindi ben venga la scelta della curatrice di porlo per primo.

Abdoulaye Konaté, vive nel Mali; Brésil (Guarany), 2015. Il colore è in divenire; istituto fondativo dell’arte, ha qui anche un risvolto storico, e quindi politico, avendo l’autore utilizzato soprattutto l’indaco naturale, per cui si rimanda all’epoca coloniale, quando era commercializzato.

Carla Black, vive a Glascow (GB). Practically in shadow, 2013, materiali vari. Contemplando, si sale dalle gradazioni di colore a terra, prevalentemente rosa, alla parete, dal color pesca al bianco. I materiali vengono così svincolati dalla loro appartenenza anche economica, e fluttuano in un’essenza che li rivela appieno.

Giorgio Griffa, vive a Torino. Canone aureo 958 (Agnes Martin), 2016, acrilico su tela. Illustrazione di un verso di Agnes Martin, che dice che se si ha abbastanza luce si può levitare; con in più la nozione di sezione aurea, che da sempre è il canone della bellezza, sia in arte che in natura.

diverse immagini verticali con pallaHale Tenger, vive a Istanbul (Turchia). Ballons on the sea, 2011, video con sonoro. Senza più distinzione tra terra e cielo, dei palloncini diventano dei bersagli per dei tiratori. L’implacabile ironia dell’artista turca ci rivela, pur nell’ebbrezza del colore, che segue non a caso il padiglione dionisiaco, e nel matrimonio con la musica, tutta la contraddizione non solo del suo Paese.

Nancy Shaver, del Nebraska, vive a Parigi. Mary Barrett #2 Blue, materiali vari. L’immediato piacere che ci penetra osservando i colori dell’artista, ci rimandano ad un mondo godibile anche se semplice o semplificato, forse naif.

Dan Miller, vive in California. Senza titolo, acrilico e china su carta, 2016. L’artista, autistico fin dall’infanzia e con gravi crisi epilettiche, chiede ed ottiene una comunicazione non verbale. Preziosa testimonianza dell’arte fatta da chi ha problemi psichici, tanto prezioso da essere entrato nel MOMA di New York. La lotta con un handicap è sempre titanica, come insegna Beethoven, musicista diventato sordo, eppure in questo malato psichico c’è un intenso afflato lirico. Le difficoltà psichiche diventano uno dei colori dell’umanità.

nstallazione con sfera e riflettoreTakusada Matsutani, nato ad Osaka (Giappone), vive a Parigi. Study for Venice Stream, 2016, grafite, legno e inchiostro su carta. Il colore, ridotto ai minimi termini, al rapporto chiaro/ scuro, si sposa col tempo, in quanto l’inchiostro gocciola sul bianco, creando dei cerchi. Il divenire è parte costante dell’apparire del nostro essere, quindi.

Judith Scott, vive in California. Untitled, 2004. Fibra e oggetti di recupero. L’artista, afflitta da sindrome di Dawn, è stata internata per venticinque anni. Il suo dramma è però sublimato nel colore del tessuto, vivo e sgargiante, segnale di una personalità che vuole esistere, nella quale la vita reclama di potersi esplicare: le sue opere, infatti, vengono rifinite per anni.

palloni di stoffa coloratiSheila Hicks, del Nebraska, vive a Parigi, Scalata al di là dei terreni cromatici / Escalade Beyond Chromatic Land, 2016-2017. Tecnica mista. Le sue tessiture esplodono in un’orchestra di colori, frutto della ricerca dell’artista sull’arte precolombiana. L’impatto è notevole, con le tessiture ammucchiate contro il muro, come a ribadire la necessità, quando c’è una svolta, di fermarsi, ascoltare della musica, che così paiono questi colori, prima di svoltare per nuovi itinerari. Proposta quindi salutare.

Peter Miller, del Vermont, vive in Germania. Stained Glass, 2014. Pellicola con musica di Toby Driver. Dopo l’esplosione di colori della Hicks, eccoci, come dopo una cadenza, sulla nota finale. L’artista che conclude e riassume trasmette piuttosto l’immagine della ricostruzione del colore fa parte del nostro cervello, che, attraverso il nervo ottico, rielabora la realtà.

Aristotele sosteneva che i sensi che permettono di apprendere sono due: la vista e l’udito. Abbiamo, in questo padiglione, la conferma di questo enunciato: abbiamo appreso, in una festa, quella dei colori, che ci permette di guardare la realtà

Come il paziente lettore avrà intuito, siamo quasi alla fine: in questo penultimo padiglione abbiamo fatto festa, e giustamente. Ma quanti artisti ci sarebbero ancora da considerare! Non potrò parlare della stragrande maggioranza delle partecipazioni nazionali. Anche se le nazioni non sono altro, o almeno dovrebbero essere, che variazioni di colore della realtà.

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